RIFLESSIONI SU UN MORTO D’OMOFOBIA

9 Gen

omofobia-2

Roma, ennesima vittima di omofobia. Stavolta gli aguzzini non si sono neppure lasciati andare a troppe speculazioni psicologiche pur di poter esultare “fuori un altro”. Un omicidio è qualcosa di più immediato, sozzo, imbarazzante, in un Paese che si dice civile solo a chiacchiere e l’orrore è l’unico pensiero per chi lo vive internamente ed esternamente.

Le modalità di una morte per omofobia ormai sono poca cosa per noi che quasi ce l’aspettiamo: siamo abituati a leggerci sulla cronaca nera nazionale, assuefatti e scontenti, con i nostri interrogativi e si spera con un briciolo di speranza dura a morire.

Anche questa volta il colpevole materiale sarà “solo” un assassino: nessun aggravante, perché “aggravare” sulla bocca dei nostri politici è diventato drasticamente sinonimo di “privilegiare”, purché si parli di minoranze, siano esse omosessuali, transessuali, prostitute, donne, stanieri; qualcuno dirà persino che in fondo ce la cerchiamo, eppure il secondo articolo della nostra Costituzione parla chiaro e fiumi d’inchiostro sono stati spesi sul senso dell’uguaglianza dei cittadini in seno ad essa.

L’assassino dovrà plausibilmente scontare una pena, ma fino a che punto è giusto parlare di “pena” nel momento in cui viene a mancare l’elemento deterrente rispetto alle motivazioni che portano qualcuno ad uccidere direttamente o indirettamente per qualcosa di non esplicitamente biasimabile? Come si pensa di poter educare una società se ci si limita a mettere in galera il reo minimizzando le motivazioni che lo hanno condotto ad agire?

E ancora, dove sono i terroristi del pensiero che ci accusano di essere una lobby nel momento in cui appare lapalissiano che gli unici privilegi a cui abbiamo diritto sono un cappio, una bottiglia infilzata nel ventre, un punteruolo, le botte da orbi dei nostri genitori, magari nel migliore dei casi il disprezzo, tanto perché nessuno possa dire di essersi sporcato le mani?

 Il Parlamento che dovrebbe legiferare a nostro favore resta a guardare, i numeri dell’omofobia continuano a salire nel tempo in cui persino l’AIDS sembra aver cambiato indirizzo e intanto la vita umana (bene giuridico primario)  viene surclassata dall’economia, dalle tangenti, dai giochi di potere di chi sulla pelle delle minoranze ci costruisce una carriera.

Non a caso la morale pare essere un argomento molto gustoso nella subcultura dei salotti televisivi se mafia, corruzione e crimini di Stato sono propinati come orpelli riservati ad una minuscola fetta di “dotti”.

Dal canto nostro dobbiamo resistere, sempre più annichiliti, perché è svilente doverci accontentare di essere stati atterrati o uccisi per motivazioni formalmente “generiche” quando il motivo scatenante della violenza che ci affligge lo conosciamo sin troppo bene.

Se lo Stato non interverrà, noi continueremo a cadere uno dopo l’altro e ci chiameremo col nome dei vostri figli, dei vostri mariti, dei vostri amici, dei vostri studenti, dei vostri lavoratori. Ma sarà in quel momento che la nostra indignazione palese, deflagrata e palpabile in tutti gli angoli del mondo, prima o poi diverrà incontenibile, perché stiamo unendo le forze, perché stiamo sgattaiolando fuori dalle vostre famiglie “felici” ed abbiamo sempre meno paura di vivere la nostra identità. Arriverà un giorno in cui dovrete bonariamente mettervi una mano sulla coscienza ed ergere l’ennesimo monumento alla nostra memoria e alla vostra ipocrisia, per poi guardare altrove e dire “avanti il prossimo”.

 Per ora continuiamo a contare i nostri morti.

ARCIGAY MASSIMO CONSOLI L’AQUILA

Il Segretario Leonardo Dongiovanni

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