NON CHIAMATELA “FESTA DELLA DONNA”

8 Mar

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8 Marzo: la chiamate “festa della donna”, ma già da domani, dopo che le mimose amorevolmente offerte inizieranno ad appassire ed il loro profumo inizierà insopportabilmente a trasformarsi in un olezzo, una qualche testata più o meno disinteressatamente riprenderà ad addizionare morti a violenze, femminicidi a stupri, e allora si tornerà a pensare che abbiamo davvero poco da festeggiare. L’Aquila dell’ultimo anno non è immune da un tale fenomeno e la vittima del giovane militare volontario Francesco Tuccia (leggasi “militare volontario”), stuprata e abbandonata in una pozza di sangue, la giornalista Daniela Braccani che ha visto far fuoco sulla propria abitazione per motivi ancora ignoti, Boshti Hrjeta morta ammazzata nel parcheggio di un supermercato per mano dell’ex marito, l’avvocatessa Simona Giannangeli, minacciata gravemente di morte per aver portato le istanze del Certo Antiviolenza Donna, costituitosi parte civile contro il suddetto “soldato” e la donna aggredita e picchiata dopo aver prelevato da un bancomat 200 € qualche giorno fa, di sicuro non la chiamerebbero festa. Mentre l’India si sveglia dal torpore orientale ed inizia ad additare i casi di stupro (spesso anche a danni di bambine) che ivi hanno luogo e il “mito” delle amazzoni di Gheddafi pare essere tramontato, c’è ancora un vuoto abominevole da colmare nel divario culturale tra il maschio (sempre meno uomo) e la donna. È questa la stessa distanza che permette a taluni abietti di insultare un’esponente del gentil sesso sulla base dei suoi connotati sessuali con incommentabile nonchalance, mentre un ex capo di Governo viene applaudito dai suoi fans per un gioco di parole (consapevole) improntato sull’uso del verbo “venire” nei confronti di una manager di Green Power chiamata sul palco durante l’ultima campagna elettorale italiana. A fine 2012 l’Italia contava circa 120 donne vittime di femminicidio, a cui andrebbero sommate quelle che non hanno la forza di denunciare, quelle di cui la stampa non si occupa e quelle che per ragioni culturali si adagiano sull’inaccettabile  “normalizzazione” del loro trattamento. Anche essere donna è un diritto e a nulla serviranno le agiografie delle suffragette o delle nostre anziane emigrate all’estero nel dopoguerra, fino a quando non sarà la normalità a farla da padrona, non certo l’ammirazione ipocrita di chi le vede (e talvolta dice di ammirarle) come fossero animali da circo. Per favore,non chiamatela “festa della donna”.                                                                                                   
                                                                                                                                             
Arcigay Massimo Consoli L’Aquila                                                                                                                                                                                                              Il Segretario Leonardo Dongiovanni

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